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Insoddisfazione e Overtraining

Domenica 17 Agosto 2008
Avevo firmato per fare il militare nel Gruppo Sportivo dell’Aeronautica. Sarei partito ad Aprile, a Giugno ci sarebbero stati i Campionati Regionali di Società, l’appuntamento più importante per una squadra sportiva. Volevo arrivarci nella miglior condizione di forma possibile per me, volevo far vedere che la nuova recluta sarebbe stata capace di fare il suo dovere.
Decidemmo di potenziare un po’ la preparazione invernale, 4 allenamenti in pista invece di 3, 3 sedute di pesi invece di 2. Dovevo andare in qualche posto ad allenarmi per 5 volte a settimana. Era un programma consolidato che mi aveva fatto fare 10”4 (4 decimi, non centesimi) sui 100 metri, lo avevamo incrementato “un po’”.
Questo “po’” si rivelò essere “troppo” a Natale. Non era più divertente allenarsi la Domenica mattina, pista e pesi. Perchè ero stanco e i risultati non venivano. L’anno prima non mi sarebbe fregato niente, in fondo avrei sempre potuto decidere di non gareggiare (un escamotage psicologico che funziona sempre) ma quell’anno sarei dovuto essere al meglio del meglio, non potevo mancare l’appuntamento!
Arrivai a questa gara fottuta con lo stato d’animo di uno che deve andare dal dentista a farsi estirpare molari e premolari senza anestesia e l’unica cosa che mi importava era che finisse. La gara andò anche bene, feci un risultato non eccelso ma nemmeno scarso: portai i punti che servivano e di sicuro non si ricordano oggi di me i vari sergenti e tenenti responsabili della squadra.
Fu la prima e ultima gara della stagione, e della mia carriera. Ero scoppiato, avevo fatto il botto. Meno di 3 anni prima, più di altre volte, ma sempre allo stesso modo.
Quasi 10 anni dopo capii che cosa mi era capitato: overtraining.
Esiste o no?
Nel recente passato l’overtraining (OT) era confinato in ambito competitivo, sia come casi patologici che come ricerca scientifica; oggi invece nel mondo occidentale l’attività sportiva è qualcosa di socialmente accettato, direi premiante. Questo porta alla diffusione di questa strana malattia, che oggi si manifesta in maniera meno virulenta che in passato ma ugualmente pericolosa.
La particolarità di questo articolo è che, sebbene io non abbia attestati accademici, posso parlare a pieno titolo dato che l’OT l’ho subito quando nemmeno si sapeva cosa fosse.
Come si manifesta l’OT
Importante: dobbiamo distinguere l’overtraining dalla sindrome da overtraining. Il primo termine indica letteralmente l’eccesso di allenamento, il secondo la malattia data dall’eccesso di allenamento. Useremo i termini come sinonimi ma in realtà il primo è la causa del secondo.
L’OT si manifesta come una forma di stanchezza cronica mescolata ad insoddisfazione per i risultati sportivi e alla totale demotivazione nel praticare ciò che prima era fonte di gratificazione.
Ansia da prestazione, irritabilità nei rapporti interpersonali, difficoltà a prendere sonno e a dormire, necessità di grande impegno per manterere la concentrazione, frustrazione per la propria condizione fisica fanno parte del quadro clinico.
Chi ne è colpito detesta allenarsi ma sente di essere costretto a farlo, con risultati scadenti ottenuti con fatica bestiale quando prima le stesse cose erano attività a basso impegno.
Che voi siate un atleta professionista o un amatore di uno sport il risultato finale è un totale disamore per la propria passione. Non si muore di OT, ma è sicuro che si soffre.
Perchè l’OT è bastardo
Chi non ha avuto periodi di stanchezza o ha fatto allenamenti che non voleva fare! In palestra solleviamo ferro, non giochiamo con le Barbie! La gestione dello stress è fondamentale!
Il quadro clinico dell’OT è dato cioè da una serie di sintomatologie che si confondono con comportamenti assolutamente sani. Dove poniamo il confine fra un comportamento un po’ strambo ma “normale” e l’inizio della patologia?
Se questo fosse possibile, avremmo definito dei livelli di soglia per cui la diagnosi risulterebbe agevole, un po’ come la temperatura corporea, sopra i 37 gradi “hai la febbre” per convenzione.
Ma è proprio questo che rende l’OT subdolamente bastardo: si mimetizza.
Alcuni di voi leggendo questi sintomi penseranno “eh vabbè, anche a me è capitato, ma mica la faccio così lunga…”. Ecco, voi non siete malati, e perciò difficilmente potrete provare empatia (cioè sentire a pelle). Alcuni di voi invece stanno pensando “ma questo è un genio! Questo ci becca alla prima! Finalmente uno che mi capisce”. Voi probabilmente avete sviluppato dei tratti di OT.
Si guarisce dall’OT ma prima si deve capire di essere stati colpiti
Cosa dice la ricerca scientifica
Come tutti i reduci di una brutta esperienza, sono molto sensibile all’argomento e nel tempo mi sono molto documentato. L’aspetto sorprendente è che non c’è assoluta chiarezza sull’innesco dell’OT, il momento in cui inizia la patologia.
Questo è importante perchè non dovete farvi fregare: su Internet si trovano un sacco di informazioni che assegnano con assoluta certezza l’OT a certi tipi di allenamenti, a certi sintomi, a certi test: questa roba NON E’ attendibile, specialmente se fate da voi.
Attenzione: allenarsi troppo (quello che letteralmente OT significa) non è sufficiente per andare in OT, allenarsi di meno non è sufficiente per non caderci o guarire. Ragazzi, questo pezzo nasce dal fatto che ho scoperto che persone che si allenano in stile BII hanno a mio avviso tratti di OT, e questo mi ha letteralmente spiazzato!
La definizione scientifica
La sindrome da overtraining è definita come un “disturbo neuroendocrino dato da uno squilibrio fra la domanda imposta dall’allenamento e la possibilità di soddisfare questa domanda tramite un adattamento all’allenamento stesso”.
Neuroendocrino implica che c’è una alterazione nella produzione degli ormoni che regolano la trasmissione dei segnali nervosi. L’esercizio altera l’organismo, le sue funzionalità, il suo equilibrio, causa fatica.
In un prossimo articolo cercherò di descrivere cosa sia la fatica, che può essere divisa macroscopicamente in periferica (quella propria dei muscoli, in soldoni) e centrale (quella del sistema nervoso). La fatica periferica influenza quella centrale.
Non è però chiaro il passaggio dal livello molecolare, cellulare e quello organico, globale. In altre parole, l’allenamento causa dei danni muscolari, microstrappi, alterazioni del pH del sangue, sensibilizzazione dei recettori del dolore, variazioni dei livelli di serotonina e degli altri neurotrasmettitori. Ok, questo è chiaro.
Dove e quando tutto questo si trasforma in una sensazione di stress? Il passaggio fra il micro (serotonina “elevata/bassa”) e il macro (sensazione di gratificazione/frustrazione) non è noto.
Perciò, sicuramente l’OT è una malattia che colpisce la nostra sfera psicologica causata da uno squilibrio fisico, ma non sappiamo stabilire i livelli quantitativi delle variabili in gioco che portano da un giusto stimolo che causa adattamento positivo, ad uno stimolo errato che causa questo vortice negativo. Molte volte lo stesso stimolo genera risultati opposti!
Ah… non fatevi fregare da chi declama “studi scientifici” che mostrano come la serotonina sia influenzata dal triptofano e dai BCAA. Il problema è ben più complesso e non è che a comprare (comprare, cioè dare soldi ad altri… che vendono qualcosa) i BCAA voi non andrete in OT…

Il legame fra il mondo della chimica e quello della psicologia è molto lasco. Ecco perciò uno schema classico, che anche io da qualche parte ho già proposto.

Noi siamo immersi in un ambiente che ci propone degli stimoli. Lo stress è la percezione che noi abbiamo degli stimoli che l’ambiente ci propone, causando una perturbazione nel nostro equilibrio(omeostasi). Lo stress causa una reazione per recuperare l’equilibrio, tramite un adattamento del nostro corpo, scatenando tutta una serie di reazioni chimiche che causano variazioni fisiche ma anche psicologiche.
Lo stress può essere positivo o eustress se causa una mobilitazione delle risorse del nostro corpo rivolte al raggiungimento di uno stato psicofisico migliore, o negativo o distress se accade l’opposto.
Noi siamo colpiti da innumerevoli stimoli esterni in quantità estremamente variabili. In più, ogni individuo ha una sua ben precisa capacità di reazione ai singoli stress. La somma di tutti gli stress è la domanda dell’ambiente a cui noi dobbiamo rispondere con la totalità delle nostre risorse organiche.
L’allenamento è una forma di stress. Sarebbe facile, adesso, affermare questo: l’OT è dato da un allenamento che non si inserisce correttamente nel quadro degli stimoli totali. Ok, in linea di principio è vero. Però l’OT colpisce atleti professionisti seguiti da team di persone come ragazzi di livello medio che si allenano, come addirittura il 20enne che va in palestra a farsi il fisico che di sicuro non deve andare alle Olimpiadi!
Come è possibile, cioè, sbagliare così tanto? Perchè ci sono persone che si fanno tanto male con l’allenamento? Perchè l’allenamento è la loro pistola alla tempia?
Virtuoso o vizioso?
Ecco un classico schema che in Teoria dei Sistemi si chiama sistema a retroazione. Possiamo anche chiamarlo “Schema Universale della Soddisfazione o dell’Insoddisfazione”, la via ingegneristica verso il Paradiso o l’Inferno. Questa volta è applicato all’allenamento ma se cambiate le due caselle centrali con quello che volete, vedrete che funziona sempre.
La casella a sinistra rappresenta le aspettative, i desideri, quello che ci farebbe piacere ottenere per essere come non siamo. La casella a destra rappresenta il mio stato attuale, come sono adesso.
Gli estremi risultano però in comunicazione dato che “vorrei essere” e “sono” finiscono dentro il pallino blu, che produce in uscita la differenza fra i due stati. Ovviamente, è una rappresentazione, non è che esiste un chip che fa queste cose! Più questa differenza è elevata e meno sono come vorrei essere.
La distanza dal desiderio causa delle reazioni psicologiche variabili in ognuno di noi, ma queste reazioni ci sono sempre. E queste reazioni causano delle azioni da parte nostra.
Nel nostro caso il “vorrei essere” è relazionato alla prestanza del nostro corpo: una velocità, dei Kg da sollevare, una distanza, un tempo, una quantità di massa muscolare o di grasso corporeo. Assegno perciò all’allenamento il ruolo di “strumento per migliorare”
A questo punto mi alleno, cioè metto in pratica l’idea che ho pensato per migliorare. L’allenamento provoca un effetto, e qui inizia il loop: l’effetto finale torna in ingresso tramite la freccia che scorre sotto le caselle, è il ritorno indietro o feedback, il risultato finale che viene nuovamente confrontato con il risultato sperato, e inizia un altro giro.
I sistemi retroazionati sono molto potenti, proprio perchè si autoalimentano permettendo di raggiungere l’obbiettivo finale, che in questo caso è il raggiungimento del “vorrei essere”.
Qualcuno adesso starà cercando l’errore in questo schema, quello che inevitabilmente porta all’OT. Ma… non c’è. Non c’è nulla di male in questo schema, anzi, è così che l’allenamento dovrebbe essere: una ricerca del risultato tramite un confronto continuo con il mio stato attuale, in un circolo virtuoso migliorativo.
Ma si capisce anche come un sistema del genere sia molto delicato e l’effetto può variare in funzione di quello che mettete nelle scatolette: se l’effetto finale è peggiore della situazione iniziale, aumenta la differenza fra come vorrei essere e come sono, perciò lo stimolo ad allenarsi cresce.
E’ facile creare una spirale autodistruttiva, che stringe il malcapitato sempre più, come le spire di boa constrictor: è la presenza della retroazione che ha la capacità di amplificare i risultati. Perciò il problema è l’amplificazione degli errori, non gli errori in se.
Senza giro non c’è OT.

E’ fondamentale che capiate due degli elementi che creano l’OT:

  1. un allenamento errato, cioè il contenuto della casellina relativa all’idea di come allenarsi non va bene
  2. del tempo per amplificare gli effetti negativi. Senza girare nello schema non si va OT
Quelli che si lamentano che non ottengono dopo due mesi di allenamento furioso e pensano di essere in OT stiano tranquilli, come quelli che gli consigliano sempre di rallentare perchè possono andare OT. I principianti in due mesi possono solo commettere le castronerie da principianti, fidatevi.
E’ proprio il fatto che l’OT richiede tempo che lo rende subdolo, perchè si confonde con i normali effetti dell’allenamento. Paradossalmente è peggio un allenamento “quasi errato” che uno toppato del tutto. Perchè quello del tutto illogico porta rapidamente a sgamare gli errori, mentre è possibile sostenere un allenamento “un po’” al limite. Sarà la retroazione, cioè tutte le volte che ripercorrete lo schema alla ricerca di un miglioramento che amplificherà i piccoli errori, ma quando ve ne accorgerete sarà troppo tardi.
I principianti difficilmente possono arrivare all’OT perchè esagerano così tanto da abbattersi da soli dopo pochissimo.
A questo punto abbiamo un mezzo per percorrere la via del miglioramento, ma questo mezzo è molto delicato. Vediamo chi è il perfetto pilota verso l’OT.
Il profilo psicologico, meglio dell’FBI di Quantico
Ho chiesto ai miei amici dell’FBI di Quantico che lavorano per fare il profilo dei Serial Killer di identificare i tratti tipici del candidato all’OT. Non ci sono riusciti nemmeno loro. Vabbè, ci provo io. Ecco il candidato perfetto per l’Overtraining.
I nuovi standard
Mi spiace dover fare il sermone sociologico, ma la Società di oggi impone una grossa pressione psicologica sul corpo, su come questo appare agli altri. Standard estetici sempre più irraggiungibili, a cui dedicare sempre più tempo, livelli di prestazione sempre più elevati, informazioni prima confinate in ambito specialistico e oggi diffuse alle masse.
In questo quadretto è chiaro che le aspettative di ognuno di noi diventano sempre più elevate, anche se non vogliamo. L’eccesso è sempre dietro l’angolo, e questo eccesso colpisce tutti, sia quelli che vogliono raggiungere il proprio ideale di fisico, sia quelli che lo rinnegano. Nessuno è così asceta da non essere influenzato dal bombardamento mediatico dei nuovi supercorpi.
Le aspettative crescono e ognuno di noi pensa che l’accettazione sociale sia legata all’essere o non essere in un certo modo. C’è chi si butta nella carriera, chi nel fare i soldi in qualsiasi modo, chi desidera il SUV per farsi vedere, chi vuole che la propria ragazza sia in un certo modo per esibirla il sabato sera.
Ognuno ricerca “qualcosa”, ognuno può farsi molto male con quel “qualcosa”. Perchè quel “qualcosa” è l’oggetto delle proprie aspettative, su cui riversiamo energie, su cui puntiamo tutto.
Per alcuni quel “qualcosa” è il proprio corpo, inteso come forma corporea e come prestanza fisica. Se l’oggetto delle proprie aspettative è ottenere qualcosa dal proprio corpo, l’allenamento diventa il mezzo con cui soddisfare queste aspettative.
Questo è il cambiamento sociale: 20 anni fa si chiedeva sempre di più agli atleti, oggi si chiede sempre di più agli atleti MA ANCHE all’uomo comune. L’addominale tassellato 20 anni fa era un appannaggio esclusivamente di chi faceva un qualche sport, oggi è ritenuto necessario semplicemente per andare al mare.
La pressione psicologica non è più propria degli atleti, ma anche del ragazzino sfigato che vede nell’allenamento un modo per ottenere quello che desidera.
La percezione di se stessi.
Il nostro candidato è una persona che ha delle aspettative su se stesso. Vuole, desidera fortemente ottenere certi risultati. E’ irrilevante se siano prestativi o estetici, è irrilevante lo sport che pratica o il livello a cui lo pratica. Questi obbiettivi sono il “voglio essere” rispetto al “sono”.
Il raggiungimento di questi obbiettivi è per lui fonte di gratificazione, perchè associa ad essi un “riconoscimento sociale”. Associa a questa gratificazione il significato di “essere bello”. Ripeto: di per se non c’è nulla di male in un automiglioramento, anzi, la volontà di migliorarsi è la chiave primaria che muove coloro che ottengono risultati nella vita.
Chi non pensa di avere possibilità, che solo gli dessero una occasione “gli farebbero vedere”? Ognuno di noi ha un ben preciso giudizio di se stesso, peccato che molte volte sia errato e porti a decisioni errate. Incredibilmente, il candidato perfetto per l’OT è colui che ha una buona percezione di se stesso, non il gasato cazzaro o quello che pensa di essere una merdaccia (uso termini molto tecnici, chiedete se non capite).
Chi è eccessivo non può andare OT, non ci riesce. Se l’opinione di se stessi è troppo elevata, le aspettative saranno di conseguenza così elevate che dopo poco i risultati faranno capire che si è sbagliato. Sse l’opinione è troppo scarsa, la distanza fra il proprio stato attuale e il risultato finale verrà percepita come immensa e non si proverà nemmeno ad allenarsi per ottenere risultati considerati non fattibili.
Prendo in considerazione chi invece ha la capacità di dare un giudizio oggettivamente decente di se, perchè la sua capacità di giudicarsi gli permetterà di darsi un obbiettivo sfidante quanto basta da essere perseguibile.
Chi possiede questa capacità è come se riuscisse a calcolare una distanza fra il “vorrei essere” e il “sono” al limite delle sue possibilità ma comunque realizzabile. Così facendo riesce a conseguire dei risultati, ma questi risultati sono ottenuti ad un prezzo talvolta troppo elevato. La capacità di darsi obbiettivi sfidanti ma non impossibili è perciò un possibile innesco dell’OT.
Inizia percià tutto da qui: l’automiglioramento, un sentimento normalmente positivo, si trasforma ad un certo punto in negativo.
Questa capacità è una caratteristica psicologica fondamentale e, credo, innata: il nostro amico è molto determinato e razionale, sa di essere bravo e di poter cogliere risultati che per lui sono importanti, magari supportate da altri “successi” già conseguiti. Può apparire sfrontato e presuntuoso, ma non lo è.
Può anche subire la pressione psicologica del giudizio di altri, i suoi obbiettivi possono essere condizionati da altri (una forma di debolezza, in fondo), ma ha questa capacità di sfidarsi in cose complicate ma non impossibili.
Meno si ha questa capacità, meno si rischia di andare OT.
La capacità di perseverare
Ma quanti ce ne sono che vorrebbero essere forti e grossi? Migliaia, milioni… mica tutti però sviluppano una patologia di questo tipo! Perchè fra dire di voler essere in un certo modo e lottare per diventarci c’è nel mezzo la capacità di perseverare, di mantenere la barra a dritta fino alla meta anche se il mare è tempestoso.
Molti chiacchierano, molti si lamentano di essere frustrati, molti sono dei palloni gonfiati che pensano di fare molto. Molti, cioè, alla prova dei fatti, non hanno la capacità di “girare” nello schema, di percorrerlo non una o due volte, ma decine, centinaia.
Di sicuro non va in OT il tizio “ehi raga, vorrei gli addominali in fuori per il mare”. Questo sarà forse un frustrato che andrà forte con la macchina per compensare il suo fisico percepito (da lui) come scarso oppure si farà anche un cicletto di bombe che gli consiglia l’amico dell’amico (“non fanno male perchè servono per asciugarti, non per diventare grosso”).
Il nostro candidato perfetto all’OT ha capacità di perseverare, di impegnarsi, nel tempo. Perchè sa quello che vuole e non ha paura a farsi il culo. Ha una visione eroica dell’allenamento, del sacrificio e del dolore. Questo tipo non teme il dolore, lo ricerca, lo sfida e terminare un allenamento durissimo è una vittoria contro le avversità, una prova che rafforza il carattere.
Non salta un’allenamento, trova sempre il tempo per allenarsi. Se deve saltare, recupera in qualche maniera. E’ concentrato durante le sedute, non chiacchiera, non gli frega nulla di socializzare. Tendenzialmente, non è mai pienamente soddisfatto dei suoi risultati, e anche se va tutto bene, qualcosa sarebbe potuta andare meglio, sempre. E’ uno di quelli coriacei tanto da farsi molto male, perchè riesce a consumarsi fino all’osso se pensa che sia necessario.
Permettetemi… sono proprio quelli con le palle che vanno OT, perchè hanno la capacità di spremersi, ancora, e ancora, e ancora. Non tutti sono così, non tutti possono andare OT. Mi accorgo che questa capacità la ritrovo in tutti quelli che esibiscono tratti di OT.
Le doti fisiche
Più si è forti, più si è allenati, più l’OT sarà devastante. Perchè chi è forte riesce a spremersi di più di uno che non lo è.
Uno più veloce di altri, o che solleva di più, o che è più bravo in un tuffo o in un volteggio ha lo stesso DNA di un sedentario fradicio. Ossa, tessuti connettivi, cartilagini, organi interni, tutti elementi che poco si prestano ad essere allenati. Perciò chi corre più veloce grazie alle sue doti e ad anni di allenamento ha sviluppato capacità neuromuscolari superiori, ma i suoi reni, il suo fegato, i suoi menischi sono praticamente identici a quelli di una persona normale ma subiscono stress abnormi rispetto alla normalità.
Sovra-allenarsi per definizione implica un carico di lavoro eccessivo per le capacità di recupero. Immaginatevi gente del genere che livelli parossistici di stress riesce a generare!
In più, queste persone hanno una capacità di sopportazione del training incredibilmente elevata, e si accorgono di essere OT quando altri sarebbero già sepolti da tempo. Un ragazzo meno dotato si fermerà prima di raggiungere effetti così negativi: una tonsillite, un raffreddore pesante, piccoli infortuni. Tutti segnali che il corpo manda ma che se siete dotati potrete sicuramente bypassare.
L’OT è particolarmente devastante per l’atleta intermedio. Affermo, con molta tristezza, che il riuscire ad ottenere buoni risultati dopo un OT è, a mio personalissimo avviso, il marchio a fuoco che caratterizza il passaggio da intermedio ad avanzato, che voi siate un campione olimpico oppure uno che in palestra ha una prestazione di panca fuori dal comune.
Non occorre essere forti per andare in OT, ma se lo siete l’effetto sarà più frizzante e spumeggiante.
Tiriamo le somme

Ecco perciò il profilo del tizio con elevata probabilità di andare OT:

  • Capacità di giudicare correttamente se stesso.
  •  Aspettative di miglioramento elevate.
  • Capacità di darsi degli obbiettivi molto sfidanti, al limite delle proprie possibilità ma fattibili.
  • Risultati conseguiti importanti che rafforzano le caratteristiche sopra descritte.
  • Capacità di perseverare e di mantenere gli impegni presi, specialmente con se stesso, nel tempo
  • Doti fisiche medio-alte, specializzazione data dall’allenamento
Ma chi è questo tizio se non lo stereotipo dell’”atleta”? Chi se non un atleta è fatto in questo modo? Se non fosse fatto così, come può sperare di vincere? Proprio per questo l’OT è la Bestia Nera degli atleti, perchè sono proprio tutte queste doti positive che possono generare un effetto negativo!
Cambiate la parola “atleta” con “manager di successo” o, meno simpaticamente, “carrierista in azione”. A parte l’ultimo punto che è una caratteristica fisica, il manager rampante è fatto così. Infatti può sviluppare un suo OT, che esibisce tratti comuni con quello degli atleti. Mai visto uno che al lavoro fa il botto? Ecco, c’è chi si fa male con l’allenamento, chi con il lavoro.
Il nuovo “atleta”
Il profilo “atleta” è proprio di molte persone che non hanno le doti per essere “atleta”. In ambito sportivo queste persone non potrebbero andare OT perchè la selezione naturale le falcerebbe in partenza, la barriera fisica d’ingresso data dalle doti necessarie per competere li taglierebbe fuori da ogni speranza di potersi allenare e così di andare OT.
In altre parole, uno che zappa invece di correre, fa il frangiflutti invece di nuotare, centra con la palla gli spettatori invece del canestro ha ben poche speranze di continuare nello sport per un tempo sufficiente a sviluppare i tratti dell’OT. Capisce da se che non è portato!
La palestra porta nuova linfa all’OT perchè ha a che fare con il fisico e la prestazione, utilizza gli stessi protocolli e le stesse metodiche di allenamento e rigenerazione proprie del mondo sportivo, ma richiede molte meno doti specifiche. In altre parole, moltissimi possono ottenere qualcosa di buono a partire da una base fisica che non permetterebbe loro di eccellere da altre parti.
Diciamolo: il fisico palestrato, riferimento sociale, non necessita di altissime doti psico-fisiche. Non prendetevela, è così: guardate le Olimpiadi, gente fortissima ha fisici con cui nessuno di noi ci si scambierebbe e, viceversa, in palestra si vedono fisici statuari che alla prova dei fatti non sono correlati con prestazioni sportive di rilievo.
La palestra abbassa le caratteristiche fisiche necessarie per creare l’OT, spostando in basso il livello di “atleta”. Perciò aumentano i potenziali “atleti” che possono andare in OT, anche se a livelli non pericolosi come quelli di un atleta di alto livello.
Ciò non toglie che ci si possa scottare parecchio: la ricerca di un ben preciso risultato ritenuto importante, nei pesi, nella bicicletta, nel nuoto, in uno sport qualunque effettuato a livello amatoriale ma con la dedizione di un professionista può indurre uno stato di OT.
Un esame di coscienza, vi prego!

Vi chiedo adesso due cose:

  1. La prima è la capacità di osservare il prossimo, con onestà. Quante persone conoscete che sono fatte come ho descritto? Io dico proprio poche. Perciò, pensateci molto prima di fare una diagnosi di OT a uno un po’ nervoso perchè non rende in palestra. Solo persone come l’ipotetico amico che ho descritto riescono a farsi veramente male con l’allenamento! Per questo l’OT è sempre poco diffuso! Ed è per questo che mi in(beep) quando sento parlare di OT in maniera semplicistica e superficiale!
  2. La seconda è la capacità di giudicare voi stessi, con onestà E umiltà. Voi siete come il tizio che ho descritto? Ok, se non lo siete, i vostri fallilmenti in palestra sono da imputarsi ad altre cause se non l’OT. Banalmente, non sapete allenarvi bene, oppure non siete fatti per questa attività. Pensateci. Io ho conosciuto centinaia di persone del mondo dei pesi, molte anche veramente dotate, ma poche hanno queste caratteristiche.
Se però voi andate in palestra e avete il profilo dell’atleta che ho descritto potete sviluppare un OT.
Come si manifesta l’OT
La manifestazione dell’OT che descriverò è generica, e vale per tutti gli sport. Vi prego di cercare di “sentire” le sensazioni che descrivo, di fare dei raffronti con quello che vi è capitato.

Non fate però come quelli che leggono i sintomi di una malattia su internet e pensano di averla. Anche io qualche volta ho vampate di calore, nausee e vomito, sbalzi d’umore e penso di avere un corpo disgustoso, ma non significa che sia incinta.

I tre grafici mostrano un ipotetico andamento nel tempo di Prestazioni, Stanchezza, Umore. Nella parte a sinistra le prestazioni che chiedete al vostro corpo hanno dei picchi dovuti a test, gare, allenamenti impegnativi o quello che volete. La vostra stanchezza complessiva segue senza problemi il vostro livello prestativo e di conseguenza l’umore che può o non può essere influenzato dall’allenamento.
Tutto rimane nella norma, e siete in equilibrio.
In un certo periodo però, per un motivo o una serie di motivi CHE VOI DOVETE IDENTIFICARE, la stanchezza comincia ad aumentare e le prestazioni a calare. Questo non è l’OT, ma è il suo inizio.
La difficoltà è che si confonde con quello che si chiama overreaching, cioè un affaticamento momentaneo causato da una richiesta eccessiva alle vostre risorse nell’allenamento.
Ma l’allenamento deve per definizione dare stimoli sempre più intensi per creare l’adattamento che vogliamo, perciò piazzare il confine fra stimolo corretto e non corretto è estremamente difficile. L’overreaching è in qualche maniera ricercato poiché questo che crea l’adattamento e il conseguente miglioramento!
Ovvio, l’evento scatenante non è unico e impulsivo, nell’arco di una seduta o anche di una settimana. Ma c’è.
Ad un certo punto la stanchezza aumenta e si mantiene costante nel tempo. Poiché però voi siete allenati, quello che accade è che le prestazioni non crollano (magari!) ma si assestano su un livello inferiore dove le medie prestative calano di poco ma spariscono i picchi di performance. E’ proprio la vostra capacità di spremervi unita all’adattamento all’allenamento che vi permettono di non andare giù, per questo più siete forti e più tutto questo è pericoloso.
L’umore inizia a peggiorare, è in questo periodo che iniziano a “girarvi i coglioni” nel senso che l’allenamento diventa il più delle volte un dovere piuttosto che un piacere. Non tutto l’allenamento, magari una parte, ma non è più come prima.
Dato che vedete da soli che le cose non stanno andando come volete, cercate di recuperare il terreno perduto. Come? Semplice, forzando i mezzi che conoscete, cioè l’allenamento che è lo strumento per ottenere quello che volete. Importante: l’azione che andrete ad intraprendere è SEMPRE un incremento. Non perchè sia una regola matematica, ma perchè è così che vanno queste cose. “Incrementate” qualcosa.
In queste situazioni infatti anche “tenere duro” è un incremento, perchè cercare di fare come sempre quando non siete più come sempre è un incremento rispetto a quello che invece dovreste fare.
E’ in questa fase non conclamata che iniziate a pensare a certe cosette strane tipo “ho paura di perdere quello che ho ottenuto” o “non riuscirò mai ad avere quello che voglio” o ancora “se torno indietro gli altri che penseranno di me?”
Se avete questi pensieri, sappiate che non siete rimbambiti ma state subendo una pressione psicologica autoimposta: il raggiungimento di certi obbiettivi vi ha gratificato, molte volte vi ha dato uno status sociale che ritenete importante. Il pensiero di perdere questi risultati vi crea perciò ansia, ansia che vi porta a percorrere in maniera sempre più frenetica il “giro”.
Pensateci: se voi siete sempre “quelli forti” del vostro gruppo di amici o “quelli che vincono” le gare (qualsiasi gare esse siano) è naturale che tutto questo vi gratifichi. Ed è naturale che non vogliate perdere questa condizione.
Con “è naturale” intendo che comprendo il fenomeno, non che lo giustifico, perchè è un comportamento sbagliato. Di fatto vi state autoimponendo un limite: quello di non poter scendere sotto un certo standard, pena il sentirsi inadeguati. State ragionando come un professionista i cui guadagni sono legati alle sue prestazioni, e perciò non può fermarsi. Però voi non siete pagati.
E’ chiaro che in questo quadro voi lottiate per non far calare le performance e non rendendovi conto che è impossibile recuperare la condizione fisica, chiedete al vostro corpo sempre di più. La fiammella dell’OT si alimenta di “incrementi”, che voi le fornite perchè non sapete di essere OT.
La stanchezza fisica esiste, non è mentale, e non basta la grinta per combatterla. La particolarità dell’OT è che questa stanchezza fisica si sta lentamente trasformando in sentimenti psicologici negativi, senza che ve ne accorgiate. Anzi, sono gli altri che non capiscono questo vostro stare male!
Dall’esterno siete irritabili, nervosi e tutto inizia a ruotare intorno all’allenamento, che decreta il vostro stato d’animo: se la seduta va come dite voi, siete contenti o quanto meno tranquilli, ma se va male è opportuno starvi lontano. Litigi in famiglia o con il/la partner sono all’ordine del giorno.
Quando il boa ha stretto le sue spire, cioè quando i giri hanno amplificato le negatività oltre un certo livello, c’è il crollo organico e i sintomi risultano evidenti. L’allenamento è una tortura, iniziate a saltare le sedute voi che eravate ligi al dovere, mollate tutto, vi sbracate.
Ma questo lo fate perchè proprio non potete andare avanti, e tutto questo non migliora il quadro psicologico. Non dormite bene o non dormite proprio, magari di giorno vi viene sonno e siete letargici. Anche le vostre capacità di concentrazione sono andate molto a picco. Di risultati in allenamento non se ne parla, quello che prima era medio-semplice ora è irraggiungibile dato che in sala pesi, in pista, sulla strada o in piscina siete distratti, svogliati, stanchi.
Se siete arrivati nella parte a destra dei grafici, ci vogliono mesi per recuperare! Addirittura, e non sto scherzando, un infortunio è visto come una specie di liberazione poiché diventa il deus ex-machina che salva da decisioni che non vogliamo prendere.

Per un atleta un OT di questo tipo è la fine di un intero anno di preparazione, una stagione saltata, forse l’abbandono della specialità perchè ciò che prima era fonte di gratificazione è causa di insoddisfazione.

Sinteticamente, ecco un esploso della casellina “invento un allenamento” che è il motore del tutto. E’ difficile che il nostro “atleta” sia così soddisfatto da percorrere il ramo in alto dello schema, perchè per come è fatto c’è sempre qualcosa per non essere soddisfatti.
La strategia che si va solitamente a perseguire è un incremento di qualcosa se ciò è possibile. Il decremento è sempre per imposizione. L’arte è sapersi allenare così bene da incrementare in maniera ottimale lo stimolo allenante. Ma, appunto, è un’arte. E pochi artisti si chiamano Leonardo, Giotto o Einstein.

Punti di attenzione

Nel grafico in alto la curva B rappresenta l’andamento tipico delle prestazioni di una persona che ha raggiunto l’OT: nel tempo è riuscita a migliorarsi con una certa costanza. Ad un certo punto le prestazioni “cedono”, e poi crollano.
l’OT si manifesta come una variazione negativa delle performance dell’allenamento. Questa variazione deve esistere! In altre parole, ci deve essere uno scadimento. Se i vostri risultati sono sempre scadenti, come nella curva C per definizione non siete in OT. Tenetelo a mente!
Ogni sport o attività ha i suoi livelli prestativi minimali che tutti dovrebbero raggiungere. Se in un tempo ragionevole di uno o due anni questi risultati non ci sono, è probabile che non siate portati o che stiate sbagliando sempre. Di sicuro non siete OT, perchè questo è tipico di chi ha ottenuto dall’allenamento.
La curva A dovrebbe rappresentare una persona molto dotata e forte che ad un certo punto ha un crollo prestativo. E’ OT? Difficile dirlo, perchè è sempre stata forte e perciò magari non sa nemmeno allenarsi.
Per arrivare al finale del film ci vogliono comunque mesi e mesi, per questo quando sento “sono stanco, sarò sovrallenato” mi irrito istantaneamente. Sarebbe come dire “ho la febbre, avrà il virus Ebola?”
Oltre al crollo in due fasi delle prestazioni l’altro aspetto che caratterizza l’OT è quello psicologico: non stiamo parlando di stanchezza, ma del fatto che l’umore si lega strettamente all’allenamento, che diventa centrale nel determinare lo stato d’animo della persona. Non si tratta di una semplice voglia di migliorare quello a cui teniamo, ma proprio uno stato di totale dipendenza dall’allenamento in un rapporto conflittuale molto forte. Se iniziate a pensare troppo all’allenamento, non siete messi bene.

Ecco le tipiche manifestazione della fase latente dell’OT

  • Incapacità di recuperare gli allenamenti. Piccoli dolori articolari che non vanno mai via, necessità di riscaldamento sempre più lungo.
  • Prestazioni di picco che si abbassano, mentre il livello medio viene mantenuto. Non è raro avere la capacità di generare medie più elevate ma non essere capaci a generare una intensità superiore a quella che le medie pronosticherebbero.
  • Inizio di irritabilità e di scarsa concentrazione
  • Ansia al pensiero della seduta o dell’esito della seduta, in maniera progressiva: prima per certi esercizi o certi schemi di allenamento, poi per la quasi totalità dell’allenamento
  • Percepire l’allenamento come un dovere per la maggior parte delle volte, voglia si saltare le sedute
Questo quadretto fosco è reale, se non ci credete, meglio per voi: non avete mai provato questa roba, né siete entrati in contatto con persone affette da OT. Meglio, non vi perdete di sicuro nulla.
Però, abbiate rispetto dei termini. Per questo io dico che il sovrallenamento non esiste. Perchè su 100 che ne parlano, 2 o 3 possono arrivare a questi livelli in palestra!
Una preghiera, anzi due
A questo punto abbiamo la possibilità di dare una definizione sintetica di OT: è uno stato psicofisico caratterizzato da una stanchezza cronica che genera uno stato di prostrazione e sofferenza psicologica, causato dalla concomitanza di un allenamento eccessivo applicato per un tempo eccessivo ad una ben precisa tipologia di persona.
A questo punto vi aspettereste un bello schema su “come allenarsi per non andare OT”. Lo faremo, ma non è poi necessario e vedrete che le cose da fare sono sempre le stesse: allenarsi in maniera adatta alle proprie possibilità. Mi raccomando: non basta “allenarsi meno”, fosse così semplice… Ovvio che se non mi alleno affatto sono al riparo da ogni problema!
Poiché l’OT avviene nel mondo sportivo prima che in palestra, la prima preghiera è rivolta agli allenatori: voi lavorate su materiale umano. Se scoprite un ragazzino dotato, magari con la testa, non pompatelo a pressione, non caricatelo di responsabilità e di aspettative. Perchè, magari, questo ragazzino poi fa quello che chiedete e prima di deludervi sarebbe disposto a farsi scoppiare il cuore.
Contestualizzate l’allenamento, adattatelo alle persone e alle loro esigenze, non fatevi influenzare dai genitori che pensano di avere un figlio campione. Non riversate sui vostri allievi le vostre aspettative perchè, appunto, sono VOSTRE.
Non allenateli adattando programmi di altri, dei campioni, non allenateli come “ai vostri tempi” perchè il mondo è cambiato, accettate il confronto con altri, navigate su Internet e informatevi.
Infine, ascoltate quello che i vostri atleti vi dicono, parlate con loro. Di più: non accontentatevi di quello che vi dicono ma state attenti a quello che non vi dicono. Un ragazzo che si allena fa l’atleta, è il suo compito. Non è lecito aspettarsi che abbia capacità di autoanalisi e di introspezione tali da capire se è o non è iniziato un OT. Ma voi che siete allenatori… allenate atleti, ed è invece vostro dovere avere tutto questo per loro. Perchè se non lo fate potete fargli molto male.
L’atleta svogliato non andrà mai OT, ma quello che si impegna, anche se non è il più forte, è sempre a rischio se si innesca un circolo vizioso di voler soddisfare le aspettative dell’allenatore, che diventano poi proprie dell’atleta.
La seconda preghiera è rivolta a quelli come me, agli amatori, agli appassionati. Ci piace visceralmente il nostro sport, perciò è facile eccedere nell’allenarsi. L’allenamento non è tutto, non siamo pagati per ottenere risultati che non ci chiede nessuno
Non sono mai stato una persona tiepida in quello che mi piace, e detesto l’immagine del padre di famiglia che non ha tempo per dedicarsi a quello che gli piace, e non può seguire certi programmi perchè non sono adatti a lui. Cazzarola… se manco posso avere una passione nella vita, che campo a fare? Per lavorare e accudire i figli? Ho anche pagato il prezzo di questo stile di vita, non vi preoccupate.
Quello che a noi amatori è richiesto non è “fare meno” come i vecchi, ma la capacità di contestualizzazione e di analisi del nostro stato psicofisico. Banalmente, se l’allenamento inizia a diventare fonte di pensieri negativi, dobbiamo agire. Dando un taglio, autoimponendoci di prenderci una pausa di riposo. Perchè a differenza degli atleti veri, a noi non ce ne viene niente se non una gratificazione mentale.
Dobbiamo metterci in testa che non ci corre dietro nessuno, che non dobbiamo rendere conto a nessuno di quello che facciamo, perchè a nessuno interessa. Rileggete questa frase, è la chiave per stare bene se siete i tipi “competitivi” del profilo che ho descritto.
Fatela vostra, e potrete allenarvi a lungo. Altrimenti vivrete stanchi e insoddisfatti.

Le percentuali di carico… non le usa nessuno

Giovedì 7 Agosto 2008

Ho in mano la scheda spaziale del preparatore galattico. Con questa spacco tutto. E’ perfetta. C’è scritto 4×6@80% 1RM e ho anche la Stele di Weider che nell’antichità servì per decifrare i geroglifici dei primi papiri delle palestre egiziane.

Perciò, dopo 5 ore di traduzione, capisco che devo eseguire 4 serie di 6 ripetizioni ciascuna. La chiocciolina significa “at”, cioè “al”. Mi raccomando, se non mettete la chiocciolina non verrete mai presi in considerazione ai piani alti del palazzo dove lavorate, quelli con l’acquario con i dipendenti più fedeli… Dicevamo, 4 serie di 6 ripetizioni all’80% dell’1RM.
Marò quanto è complicato… e cosa è questo uno-erre-emme? Gore di sudore sotto le ascelle, chiamo al cellulare tariffa piena (ma non importa, per la palestra questo ed altro) l’amico che fa il preparatore, et voilà, 1RM sta per 1 Repetition Maximum, cioè il massimo carico su una ripetizione. Ok, 4 serie di 6 ripetizioni con l’80% del massimo carico che posso spostare in una ripetizione.
Bene bene bene, io di panca faccio 4 ripetizioni con 100Kg, diciamo che 105Kg per una volta li sollevo alla stragrande, perciò 110Kg di sicuro una volta se c’è qualcuno che mi guarda li tiro su. Perciò devo fare 4×6x90Kg (88Kg è da ragazzi, dài…). Come? Ah già: 4×6@90Kg Ragazzi, mi raccomando, la ciocciolina!!!
Perciò… start the engine, gas in curva, nel secondo rettilineo dell’ovale un boato colossale, il motore si è letteralmente polverizzato. Chiudo la prima serie da 6 con l’aiuto dell’amico, la seconda mi fermo a 3 ripetizioni. Ma come… eppure… la scheda spaziale… ma allora…
Ragazzi, vi voglio rivelare un segreto terribile, di quelli che nemmeno sotto la tortura della Santa Inquisizione verrebbe rivelato. Sono informazioni classificate, top secret. Pronti? Le percentuali di carico non le usa NESSUNO al mondo! Shhhhhhhh non lo dite in giro.
Il significato delle percentuali di carico
Sono costretto ad usarle…
Quando devo scrivere un’idea, un programma, una scheda che altri devono seguire, sono costretto ad usare una notazione compatta, sintetica. Non posso fare un tema sul foglio che un tizio qualunque terrà ripiegato nel borsello e guarderà in sala pesi.
Ad esempio, 4×6 rec 2′ 2.0.2.0 significa “esegui 4 serie di 6 ripetizioni con due minuti di recupero fra una serie ed un’altra, scendi in due secondi e risali immediatamente in due secondi, poi riparti senza fermarti”.
Avrei potuto omettere “fra ogni ripetizione” , dato che tutti capiscono che il recupero di 2 minuti è fra le serie, ma magari un venusiano che scende sulla Terra per fare i pesi potrebbe pensare che i 2′ di recupero siano da intendersi fra le ripetizioni. Le ambiguità fra chi parla e chi ascolta vengono superate se c’è una base culturale comune. Per questo in palestra 4×6 rec 2′ non viene inteso come 24 rec 2′ ma tutti sanno benissimo cosa significa.
Ancora, l’antipatica notazione 2.0.2.0 è un modo compatto di scrivere “scendi deciso ma senza forzare e risali spingendo senza movimenti esplosivi non richiesti”. Questo perchè se andate a cronometrarvi, una ripetizione che denota sicurezza è proprio svolta in circa 2 secondi a scendere e due a salire. Il “circa” intende una approssimazione dei due secondi, non che sono due secondi misurati con un orologio al cesio.
Se avessi scritto 3.1.2.0 ciò significherebbe “scendere in maniera controllata, fare una pausa al petto, risalire senza farsi tante seghe e ripartire”.
Questi numerelli sono un gergo, un linguaggio specifico per comunicare in maniera concisa, se tutti ne conoscono la sintassi e la semantica (se esiste). Infatti, tutti capiscono il significato del 4×6 ma molti meno quello del 2.0.2.0 perchè tutti eseguono serie e ripetizioni ma pochi (me compreso, sbagliando) danno importanza alla velocità di esecuzione.
Ok, ho divagato un po’, ma mi andava di dire queste cose perchè tanto sono gratis. Torniamo al carico.
Dicevo che è chiaro a tutti il significato di 4×6. Quando però viene dichiarato il carico da utilizzare, iniziano i problemi. Io devo indicare un carico appropriato per lo scopo dell’allenamento. Se la scheda è generica, cioè il suo scopo è di funzionare su quasi tutti quasi allo stesso modo, dovrò cercare un carico che vada bene a tutti per lo scopo che mi sono prefisso. Si capisce come questo sia impossibile a causa delle individualità dei singoli.
Per rendere più semplice questa ricerca, mi affido a dei parametri. Stabilisco che ognuno di noi abbia un massimo di Kg sollevabili in un movimento. Questo è vero per tutti, a meno di non essere Hulk che più si arrabbia e più diventa forte. Siete per caso stati esposti a radiazioni Gamma da piccoli? Ecco, anche voi avete un massimo sollevabile.
Chiamo 1RM questo massimo sollevabile in un movimento (1 Repetition Maximum) e invece di scrivere i Kg possibili per ogni individuo del pianeta assegno a questo 1RM il valore di 100%, che va bene per tutti. Questo è oggettivo. A questo punto ho una scala di riferimento: se scrivo 80% 1RM intendo che devo far lavorare il mio generico utilizzatore della scheda con l’80% del suo carico massimo.
Ci sono poi studi e studi che mettono in relazione le prestazioni delle persone, dagli atleti super professionisti geneticamente modificati agli studenti sedentari obesi marci fradici dei college americani, quelli che nei vari studi scientifici migliorano la loro condizione fisica semplicemente camminando per andare a partecipare allo studio…

Da questa massa incredibile di dati nascono delle statistiche che mettono in relazione le percentuali di carico con le ripetizioni che si possono eseguire con quel carico.

Ecco un grafico che ha sull’asse orizzontale le ripetizioni per una singola serie, sull’asse verticale le percentuali di carico. Le curve sono varie statistiche reperibili su Internet.
Con queste curve posso stimare il numero di ripetizioni da far eseguire ai miei malcapitati adepti (“clienti” è un termine improprio, dato che io non vengo mai pagato per officiare i miei riti di magia nera).
Leggo la prima riga: posso usare 8 ripetizioni con l’80% del massimale e so che l’80% è l’ideale per l’ipertrofia. Dàì… 4×6x80% rec 5′ me lo fanno, se si impegnano. Ho un tizio che fa 100 di panca e uno che fa 150. Perciò uno eseguirà 4×6x80Kg, l’altro 4×6x120Kg. Poi ho un tizio che ha 180 di squat, lo schema è valido, perciò anche lui farà 4×6x145Kg.
Ho trovato un modo per scrivere delle belle schede in una bella grafia tecnica. Wow!
… peccato che poi non funzionino
Alla fine sono tutti scontenti. Il tizio da 100Kg va da dio, quello con 150Kg lamenta dolori, stress e non riesce mai a completare l’allenamento. Idem quello dello squat. Perchè?
Già da questo schema si nota come ci sono curve diverse per esercizi diversi o parti corporee diverse. E poiché le “strisce” divergono, i risultati possono essere sorprendentemente diversi. Nel caso dello squat la terza riga descrive una statistica più precisa, perciò con 8 ripetizioni il carico da usare è il 75%.
Questo significa che il nostro amico non avrebbe dovuto fare 4×6x145Kg, ma 4×6x135Kg, un allenamento del tutto diverso! Perciò il famoso 80% non è equivalente per tutti gli esercizi, ma per alcuni costituirà un impegno più gravoso di altri dato che posso sviluppare meno lavoro a parità di percentuale di carico!
In più, c’è una cosetta interessante che nei libri non è ben illustrata: il vostro allenamento pregresso ha influenza sulla forza che potete sviluppare.
Mi spiego: se voi lavorate continuamente con 10 ripetizioni il vostro corpo si adatterà a questo allenamento migliorando le sue capacità metaboliche di resistenza alla fatica, e peggiorerà i meccanismi neurali di generazione della forza sul brevissimo periodo. In altre parole, state diventando dei Caterpillar piuttosto che delle Ferrari.
Se vi allenate per eseguire 10 ripetizioni con 100Kg di qualcosa, non è assolutamente detto (anzi, molto improbabile) che poi su 1 ripetizione otteniate il risultato delle tabelline.

E’ vero anche il viceversa: se vi allenate in serie da 2 ripetizioni con carichi elevati da 6 mesi probabilmente avete il sistema nervoso in pompa ma la vostra efficienza cardiovascolare è pari a quella di uno che fa i 100 metri guardando la finale olimpica alla televisione con un pacco gigante di Dixi (mitici i Dixi… ho un attacco di salivazione compulsiva). Mettete il carico per la serie da 10 come in tabella, alla sesta ripetizione sentite uno strano sapore in bocca: è il vostro fegato.

Come mostrato nel disegno qua sopra, la statistica funziona bene quando andate a stimare un carico per una serie di circa 2 ripetizioni in più o in meno rispetto a quanto avete fatto, ma quando vi spostate da questo intervallo potreste avere delle spiacevoli sorprese.
Non potete prescindere da come vi state allenando nel momento in cui usate queste tabelline, per questo dovete leggere con attenzione e meditare sugli schemi di allenamento che raccattate su Internet.
Attenzione, attenzione!!!!
Chi si allena sempre in 3×8 è lontanissimo dal rispettare la statistica su 1 ripetizione, perciò il massimale teorico è da considerarsi un miraggio. Di per se questo non è un problema, c’è chi se ne sbatte del massimale.
Però l’errore tipico è che il massimale teorico viene utilizzato per calcolare il carico su un’altro intervallo di ripetizioni. Ma poiché il massimale non è realistico, non lo saranno nemmeno i carichi per il nuovo allenamento

Anzianità di allenamento e risultati conseguiti
Questa è ben più difficile da spiegare (l’ho già fatto in qualche pezzo sparso per il blog): le percentuali di carico sono dei parametri adimensionali che non tengono conto del carico assoluto. 300Kg di stacco non equivalgono a 150Kg, e uno che fa 300Kg non riuscirà mai a fare una serie da 8 con 240Kg mentre uno con 150Kg eseguirà tranquillamente 8 rip con 120Kg.
Più siete forti in senso assoluto, più siete “abili” a sfruttare il vostro corpo. Perciò ogni singola ripetizione richiederà più “abilità” rispetto a quella eseguita da un principiante, di conseguenza se potete sollevare più di un principiante, potete farlo per meno ripetizioni perchè ognuna di esse sarà molto più impegnativa di quelle svolte da uno che è meno bravo di voi.
Oppure, vedetela così: a parità di un carico eseguibile per tot ripetizioni, voi potete sollevare un carico percentualmente più alto per una ripetizione rispetto a quanto farebbe uno meno bravo di voi. Possiamo chiamare il rapporto carico massimale su carico per X ripetizioni come efficienza neurale (non è la vera definizione di efficienza neurale, questa l’ho inventata io perchè mi sembra significativa per quello che vogliamo dire)
Perciò se io ho un massimale di 140Kg e ne faccio 8 con 105Kg ho una efficienza neurale pari al 133%, mentre Tizio che ha 110Kg e ne fa 8 con 90Kg ha una efficienza neurale del 122%. Più si è forti, più l’efficienza neurale aumenta. Potete rigirare il numerino come volete, calcolarlo come volete, ma questo è ciò che accade a chi diventa nel tempo sempre più forte in termini.
Per questo 80% è un numero molto fuorviante, ed è per questo che dovete valutare attentamente quello che fate. Non perchè altrimenti siete fuori dalla finale dei World Games, ma semplicemente perchè non vi divertirete nell’allenamento.
Un altro approccio per definire il carico
Ecco un approccio alternativo che funziona, perchè è cablato su di voi. E’ come faccio io, messo in bella copia.

Il range di carico per sviluppare l’ipertrofia è un intervallo molto ampio che va dal 60% all’85% del massimale. Il range di carico per sviluppare la forza è anch’esso ampio e va dal 75% al 95%. Come vedete, c’è una bella sovrapposizione (che non stiamo a commentare altrimenti Guerra e Pace diventa un depliant).

Come vedete nel disegno, 80% dell’1RM è una percentuale molto elevata nel range ipertrofico, e in buona posizione nel range della forza. Perciò rappresenta una specie di linea di confine fra i due “mondi”, impegnativo per il bodybuilder ma anche per il powerlifter.
Mi voglio focalizzare sull’aspetto emozionale del carico sul bilanciere: ci siamo noi sotti i pesi, non un robot, e noi come esseri umani proviamo delle sensazioni. Parto perciò dal presupposto che la percentuale di carico rappresenti un’idea dell’impegno fisico percepito.
L‘80% rappresenta così un carico impegnativo, il 70% un carico per cui è necessario essere concentrati per eseguire il lavoro, il 60% è un carico facile. Come vedete, ad ogni carico viene associata una “sensazione”. 4×6@80% formalizza in maniera compatta un’idea che ho in testa, quella di una seduta ad alto impegno mentale e fisico
Per i temerari della lettura, ho fatto un piccolo esperimento: ho scritto le percentuali di carico, ci ho piazzato i Kg dei miei massimali di squat, panca e stacco, e ho dato un voto sulla percezione di difficoltà, da 1 a 10 dove 1 è un carico assolutamente ridicolo e 10 l’impegno massimo prima di soccombere schiacciati dal bilanciere.
La tabella sopra riportata mostra il risultato (per semplicità non ho messo lo stacco). Vi prego di provare anche voi, con i VOSTRI dati: immaginate le sensazioni che provate quando sollevate un carico in Kg, e date un voto a questa sensazione.
Notate che ci sono carichi assolutamente ridicoli, tutti quelli sotto il 50%. Non c’è nessuna difficoltà a fare panca con 60Kg, dài…

Ho evidenziato la riga dell’80%: 

  • 160Kg di squat sono per me impegnativi, ci penso prima di allenarmi, mi “fanno girare un po’ i coglioni”, e quando sono lì devo essere assolutamente presente. 150Kg invece no e posso pensarci due minuti prima di iniziare l’allenamento, mentre 170Kg sono un impegno notevole, assolutamente.
  • 112Kg di panca sono un carico che non posso muovere se chiacchiero con mia figlia, però non mi impegnano più di tanto. Ci devo stare attento e stop. Anche i 119 vanno tranquilli, mentre i 105 sono proprio facili.

Questa diversa percezione del solito 80% si spiega in due modi: 

  • panca e squat sono esercizi diversi che hanno una percezione di difficoltà differente. Nello squat ho il peso ben più instabile che nella panca, lo “sento” molto di più
  • Mi considero un atleta più avanzato nello squat che nella panca, dove sicuramente se non mi fossi disintegrato un pettorale avrei avuto più miglioramenti.
Le due spiegazioni non si escludono fra se ma, anzi, si sovrappongono e si completano.
A questo punto ho la mia curva di percezione dell’impegno fisico. Ovviamente, non ce l’ho scritta, ma è nella testa. So benissimo quale carico scegliere perchè dopo 24 anni di pesi è tatuata nelle mie sinapsi.
4×6@80% va letto 4×6@carico impegnativo. che nel mio caso sarebbe: squat 4×6x160Kg, panca 4×6x126Kg, in un caso l’80%, nell’altro il 90%. Stessa sensazione, percentuali di carico diverse.
Poiché mi conosco, un allenamento del genere non è di sicuro uno scherzo, lo dovrei preparare per due mesi, sarebbe un vero evento. Quando leggo 4×6@80% interpreto il pensiero dell’autore così 4×6@da starci attenti, cioè: squat 4×6x140Kg, panca 4×6x112Kg. Un allenamento impegnativo ma fattibile. Per più volte.

Entrare in questa ottica significa dare risalto alla logica di uno schema di allenamento “sentendolo” sulla pelle senza dire “è impossibile da farsi” ma comprendendo il messaggio dello scrittore. Dopo questo tipo di giudizio è possibile dire se lo schema abbia senso oppure no.

A questo punto baro un pochinino, pur non alterando il senso dell’articolo: qua sopra ho riportato le mie percezioni di difficoltà per squat, panca e stacco. Mi considero molto avanzato nello stacco, avanzato nello squat, intermedio nella panca. Faccio finta che questi grafici vadano bene per queste tre tipologie di atleta.
Come vedete, al crescere delle percentuali di carico non abbiamo delle curve lineari, ma un po’ saltellanti. Se ci concentriamo sulla fascia che va dal 70% all’85% di carico massimale possiamo vedere come la percezione di difficoltà di un intermedio sia più bassa rispetto agli altri atleti. Un intermedio percepisce un carico submassimale come “più facile”, perciò a parità di percentuale potrà svolgere più ripetizioni.
Se vi allenate con pesi decenti da un po’ di tempo, sicuramente anche voi avete provato quella sensazione strana per cui un incremento di peso relativamente piccolo porta a una percezione dell’impegno molto superiore. A me succede sui 160 di squat (80%), sui 125 (90%) di panca e ai 200Kg (77%) nello stacco. Sotto vado tranquillo, sopra è tutto un casino.
Ognuno di voi ha questi numeri, che a mio avviso costituiscono il vostro 80% percepito, qualsiasi sia la percentuale matematica del carico: dovete imparare a collegare le percentuali della scheda con le sensazioni che i corrispettivi pesi vi evocano.
Conclusioni
La percezione di carico sicuramente è correlata all’efficienza neurale e a tutto il resto, e sarebbero doverosi degli studi. Però il punto è questo: ad ogni percentuale di carico voi dovete associare un vostro giudizio di difficoltà, esprimendo prima la percentuale in Kg assoluti, perchè voi spostate ferro, non percentuali.
Il metodo funziona ma non piace: si tratta di sviluppare una sensibilità personale alla difficoltà del carico, in ogni esercizio importante che andate ad eseguire. Non piace perchè richiede tempo, molti errori, abbastanza frustrazione, centinaia di bestemmie (qui in Toscana direi migliaia).
Però funziona perchè è personalizzato. Solo voi sapete come reagite sotto un dato carico, se è pesante, se non lo è. Sviluppate questa sensibilità e di ogni schema di allenamento riuscirete ad estrarre l’idea, a strizzarlo fino a tirarne fuori il succo, l’essenza, ad adattarlo rapidamente a voi. Rapidamente, perchè avete speso tempo prima per tutto il resto.
Post scriptum
Pensate che gli atleti di alto livello usino le percentuali per allenarsi? Ma dài… questa gente ha sviluppato la sua personale sensibilità, sa benissimo quello che ha fatto negli anni, e da questa esperienza sa benissimo cosa sarebbe bene fare e con che carico
Queste persone sanno che se la vecchia preparazione per quella data gara ha funzionato con un 2×1x300Kg finale, per la prossima gara l’ideale sarebbe raggiungere 2×1x305 o 1×1x310 + 1×1x300 e poco importa se +5 e +10 siano rispettivamente +1,6% e +3,33% cioè numeri che mai troverete in nessuno schema al mondo.
Poi, i programmi vanno scritti in un qualche linguaggio. Perciò vi trovate tutti gli schemetti Sheiko a percentuale.
Ad un atleta di alto livello le percentuali non servono a nulla, perchè ha i Kg cablati in testa. Quello che ho scritto già lo sa, e questo articolo per lui è inutile. Io dovrei imparare da lui!
Ad un principiante le percentuali possono metterlo sulla cattiva strada, ma non ha i mezzi per capire il perchè e saranno gli inevitabili errori che è bene faccia e che gli permetteranno di avere rispetto del carico sul bilanciere. Il principiante imparerà a pensare “qui c’è scritto così, ma non facciamo come l’altra volta che ci sono rimasto sotto”. Il principiante proprio perchè è principiante, solitamente esegue schede del tipo 4×6@massimo-possibile-sempre-e-comunque e non è in grado di comprendere quanto scritto. Se avrà la fortuna di perseverare e di non smettere all’arrivo dell’Autunno perchè la tartaruga non viene più esibita, allora l’anno prossimo potrà iniziare a assimilare qualcosa.
Un intermedio, con dei buoni carichi, ha iniziato a capire come il suo corpo funziona, inizia a comprendere che quei numerelli vanno mediati con altre informazioni, magari cerca su Internet delle spiegazioni a qualcosa che percepisce ma che non sa ancora focalizzare. E’ a lui che dedico questo pezzo: oltre alla teoria, la pratica sul campo è fondamentale. Imparare a fare tesoro delle sensazioni provate per utilizzarle come “mediatrici” del programma di allenamento permetterà all’atleta intermedio di gestire meglio i carichi, e perciò i progressi.
Non sottovalutate l’aspetto emozionale e psicologico dell’allenamento. Voi sollevate pesi, non chiacchierate su come sollevarli. Perciò, ascoltate il vostro corpo quando siete sotto il bilanciere.

Tanti Auguri !

Lunedì 4 Agosto 2008

Il nostro Paolino oggi è maggiorenne. Da oggi potrà guidare la macchina, firmarsi la giustificazione da solo dopo aver fatto "sega" a squola (ahahah) e, soprattutto, acquisire quella saggezza interiore che solo Paolino avrà.

Perché Paolino oggi compie 40 anni. Tondi tondi. Una bella cifretta.

Ma è un’età strana: sei troppo giovane per alcuni (ad esempio, sei troppo giovane per andare in pensione) o troppo vecchio per altri (mio nipote diciottenne mi guarda come se fossi più che maturo, cioè marcio).

Insomma, è un’età per la quale non si è ancora né troppo giovani né troppo vecchi, ma è un’età dove l’intensità delle emozioni di entrambi i mondi (il mondo giovane e quello vecchio) si fondono, si integrano e si rafforzano le une con le altre.

Perciò auguro al Sommo Padrone del Sito una lunga vita ed uno splendente futuro costellato di ghisa, di serenità, di amicizia e di divertimento. Piano con la panca piana, però !

Abbracci da zio tattoos

Frequently Asked Questions

Giovedì 31 Luglio 2008

Q: Ho una leggero asimmetria sul pettorale sinistro. Come posso fare ?
A: Se il pettorale è più piccolo, vuol dire che sei destrorso. Viceversa che sei mancino. In ogni caso, diminuirei l’onanismo.

Q: Sta arrivando l’estate. Come posso fare ad eliminare la peluria sul petto ?
A: Usa il defogliante chimico. Svolge anche un’azione sinergica per la definizione.

Q: Sono alto 1,20 e peso 120 Kg. Quanto avrò di BF ?
A: Dipende. Se non riesci a vederti il pisello od allacciarti le scarpe, direi altina.

Q: E’ da due settimane che vado in palestra. Come posso sapere se sto facendo una scheda corretta ?
A: Se l’istruttore passa e si mette a ridere, ci sono sempre gli scacchi.

Q: Posso andare da McDonald’s in massa ?
A: Se metti due bicchieri di coca vuoti sotto le labbra per raccogliere la bava davanti al BigMac, sì. Altrimenti occorre pulire per terra con conseguente catabolismo.

Q: Com’è la corretta tecnica per il clean-’n-jerk ?
A: Lanci il bilancere sul soffitto. Sorriso obbligatorio per la discesa ed incrinatura dell’incisivo superiore.

Q: E’ vero che dopo quaranti minuti si catabolizza ?
A: E’ una questione controversa. Se stai trombando, dubito che smetti dopo quaranta minuti.

Q: Qual è la tecnica corretta per lo squat ?
A: Siediti e defeca.

Q: Quando vado a dormire, dopo l’allenamento, non mi addormento immediatamente. Mi devo preoccupare ?
A: Sì, sono i primi sintomi della patologia autoimmune del morbo di Hahn Hund (cfr.). Questa patologia ha come decorso mortale i seguenti: gomito del tennista, alito pesante, pellagra, secchezza delle fauci, ipersferociclosi genitalica e scroto ipertrofico.

Q: La lingua di vitello come si cucina nel nord Italia apporta molte proteine ?
A: Lingua ? Che schifo ! Proviene dalla bocca di un animale… Le uova apportano più proteine.

Q: Ho comprato la pancera che fa da sauna. Dimagrirò ?
A: Certo. L’accortezza sta nel non bere dopo.

Q: Mi alleno una volta al mese, mangio come un procione afgano, ciulo come un bufalo cafro e sono nato sotto il segno del porcello (zodiaco cinese). Va bene ?
A: Come no ! Sei proprio una bestia !

Q: Sono alto 1,95 e peso 65 Kg. Ho fatto massa tutto l’inverno. Posso fare definizione ?
A: Certo. Però dovrai aver l’accortezza di dotarti di massi pesanti e tasche capienti.

Q: Ho 25 anni compiuti. Pratico piscina, Muai Thai, Golf, Freccette e Water Polo nei giorni pari.
Wind Surf, la Roma-Pechino in bici e Palestra nei giorni dispari. Come professione faccio il Porno divo. E’ giusto integrare con BCAA e Creatina ?
A: Direi ! Anzi, mentre ci sei, mi passi l’indirizzo che mando il mio curriculum ?

Anatomia di una ripetizione - Parte 2 - Volume e recupero - la Scienza non ci aiuta

Martedì 29 Luglio 2008
Ho postato l’ultimo pezzo sui vari forum con un po’ di titubanza. Esponevo una mia teoria ragionevole, plausibile, ma non supportata, di fatto, da nulla se non dalle evidenze empiriche dell’osservazione di come ci si allena in palestra.
Diciamo che non sono stato impallinato, ho anche ricevuto i complimenti di persone molto in gamba, ma non ho trovato il confronto che avrei voluto. Ho affermato che anche grandi autori che “spiegano” perchè le cose funzionano, quando espongono i loro schemi rimangono molte volte sul vago nello spiegare il perchè si prescrivono 3′ di recupero o 3×6 sia per l’ipertrofia e 6×3 per la forza.
Allora, è vero quello che ho detto oppure no? Mi sono messo a razzolare su Internet, e ho trovato molte cose interessanti che possono essere così sintetizzate: quando si passa dal mondo della “Scienza” al mondo della “Palestra” l’incerto diventa certo.
E’ sorprendente come in ambito scientifico cose che noi diamo per scontate siano invece tutte da dimostrare, razionalizzare, inquadrare in teorie. Quello che secondo noi funziona… in realtà a livello scientifico non sappiamo perchè ciò accada.
In questa seconda parte continuerò a parlare del volume di lavoro, e del recupero fra le serie, ma divagherò un pochinino per approfondire il perchè di questa metamorfosi certo-incerto.
Il risultato finale sarà che, come sempre, il buon senso è la chiave per il miglioramento. Mi spiace dover far sempre la parte del bastian contrario, di quello che critica sempre, mi leggo pesante. Però, ragazzi, che ci posso fare… io sono un po’ duro, e per convincermi ce ne vuole.
Il Flowchart dello Scienziato Pazzo del Bodybuilding
Mai come nel Bodybuilding ci si affida alla Scienza per determinare l’ottimo. Allenamenti ottimali, alimentazione ottimale, integratori ottimali. Questo comportamento è assolutamente lecito e comprensibile, perchè rivolgersi a “chi ci capisce” per indirizzare le nostre energie al meglio è ciò che facciamo tutti.
A mio avviso il motivo ultimo è, come sempre, che il bodybuilding manca dell’elemento prestazionale, della scala di riferimento. Nei vari sport una cosa funziona se mi fa andare più veloce , sollevare più veloce, resistere più a lungo di un altro, e la presenza di classifiche fa si che io capisca se quello che sto facendo mi piazza bene oppure male nella scala di merito esistente.
Perciò c’è una selezione naturale per le cose che non funzionano, proprio perchè si sgamano facilmente. In ogni sport troverete persone che alla fine si allenano sempre allo stesso modo, pur con le loro individualità. Non importa sapere PERCHE’ funziona fare così, è facile sapere SE funziona. Nel bodybuilding, senza questo tipo di confronto, tutti ottengono qualcosa. Perciò ci si deve affidare a qualcuno per stabilire se il tempo che sprechiamo sollevando pesi è ben speso oppure no: c’è la voglia smaniosa di affidare alla Scienza il difficile arbitraggio della partita alla ricerca dell’ottimo.

Se tutto questo è lecito, è necessario però operare con un minimo di coerenza: né assoluto rifiuto della letteratura scientifica perchè “sanno una sega gli scienziati di come si diventa grossi”, né una cieca fede in tutto e solo quello che ha una bibliografia alla fine.

Lo schemino qua sopra è il flow chart dello scienziato pazzo del bodybuilding. Tutti nella vita lo abbiamo percorso almeno una volta, me compreso. Si sfrutta la Scienza quando serve, per poi abbandonarla quando non serve.
Il flow chart per il GH – fuori dalla porta, rientra dalla finestra
Ecco un esempio secondo me carino. Sappiamo tutti che allenarsi in serie da 6 ripetizioni con un carico decente e 1′ di recupero porti ad un pompaggio e a un fiatone molto più elevati rispetto che ad allenarsi con 4′, anche se se vi fosse una grossa disparità di carico. Volume di lavoro con poco recupero porta alla paralisi muscolare a causa dell’acido lattico.
Attribuiamo a questa situazione un “valore” di efficacia di quello che stiamo facendo ai fini dell’ipertrofia. Detta in parole semplici: 4×6 con poco recupero per la massa.
Scartabello Internet, trovo studi che stabiliscono che confrontando protocolli di allenamento “simili” (qui c’è un film, ma non voglio tediarvi) a quelli che facciamo noi, quando portano ad una grossa concentrazione di lattato determinano anche un bel picco ormonale, e il GH schizza alle stelle. Ok, grande!! Abbiamo ragione, quello che “sentivamo” funzionare è supportato dalla letteratura scientifica! Wow… diffondiamo la notizia che l’allenamento lattacido è necessario perchè innalza il GH e perciò “fa massa”.
Però ci sono altri studi, che stranamente non ci interessano, che fanno vedere come l’impatto del picco di GH sia minimale in termini di crescita muscolare. Non ci interessano perchè se andiamo a vedere gli studi, il campione di riferimento era costituito da sedentari, secchi, mica dei supereroi come noi… cazzo ne sanno i sedentari di come ci si allena, chiaro che su di loro la crescita è stata minimale… Perciò il GH per noi è ok.
Ci sono altri studi che fanno vedere come il picco di GH lo abbiano anche le donne, come gli uomini, ma le donne non diventano grosse. Ma che c’entra… ovvio, le donne hanno meno testosterone degli uomini, l’asse HPTA bla bla bla. Il GH è sempre Ok.
Ma, sorry, ci sono studi che fanno vedere che andare in bicicletta al 75% della soglia aerobica produce più GH che in una seduta intensa di pesi. Nooooo!! I giudei caucasici della bicicletta che producono più GH magico di noi ariani nibelunghi dell’Ordine Sacro della Palestra? Questi studi sacrileghi meritano il pubblico rogo per eresia!
Conclusione, non è scientificamente dimostrato che allenarsi gonfiandosi di acido lattico porti ad un risultato dovuto all’incremento della secrezione di ormoni anabolici. Con buona pace degli amanti dello squat 1×20, e di tutti quelli che vomitano sotto la pressa.
Beninteso: il fatto che non sia scientificamente dimostrato non significa che questa roba NON SERVA. Semplicemente, non è stato dimostrato che serve. Magari hanno ragione i sostenitori del lattato fuori dalle orecchie.
Però, il punto non è questo: è come usare la Scienza. Non potete portare fare gli scienziati quando vi fa comodo e quelli che criticano gli scienziati quando non vi fa comodo.
Ma… attenzione attenzione, il GH esce dalla porta e rientra dalla finestra: gli amanti dell’HIIT portano la secrezione del GH data da allenamenti aerobici ad alta intensità come prova del fatto che l’HIIT fa dimagrire!!! Ta-taaaa altro giro, altra corsa siore e siori, il flowchart dello Scienziato Pazzo viene nuovamente rimesso in moto.
Vi consiglio caldamente di avere spirito critico e di essere sempre vigili quando si introduce la “Scienza” in palestra. Chi riceve queste conoscenze dà fiducia in assoluta buona fede, e sicuramente anche chi propone le stesse conoscenze.
Però, ragazzi, le riviste di bodybuilding escono ogni mese, e per riempire tutte quelle pagine è necessario inventarsi qualcosa di nuovo ogni volta.

La Scienza non ci aiuta.

Un allenamento, come oramai sanno anche i sassi, è un protocollo da eseguire che, a partire dal valore di certe variabili tipiche, determina un insieme di azioni che portano al conseguimento di un risultato. Il disegno sopra riportato ne è una esemplificazione.

Bene, la “Scienza dell’allenamento” studia proprio come generalizzare, sistematizzare, quantificare questo protocollo. La difficoltà è che ciò che per noi sono affermazioni senza nessun peso, perchè tanto le applichiamo a noi o ai nostri amici, diventano di difficilissima standardizzazione in ambito scientifico.
Ecco una affermazione di facilissima comprensione: più mi alleno intensamente, per meno tempo mi posso allenare.
In ambito scientifico dimostrare una cosa del genere è complicatissimo, infatti non ne siamo venuti a capo. Perchè devo quantificare “intenso” e “tempo”. Poi devo definire a chi si applica, ad un atleta con 10 anni di esperienza, ad un sendentario, ad uno studente, poi devo definire un criterio di misurazione, che so, se mi alleno troppo succede qualcosa, in quanto tempo, in che quantità.
Questo è necessario perchè una teoria scientifica che si rispetti deve spiegare la realtà: deve spiegare quello che accade in maniera univoca, senza possibilità di alternative, deve anche essere valida per tutti i nuovi fatti che in seguito arricchiranno lo scenario delle possibilità, deve prevedere effetti futuri.
Perciò, noi possiamo dire delle cazzate, gli “scienziati” no. E’ vero che più intensamente mi alleno, per meno tempo mi posso allenare? Dipende. Dipende da chi è il soggetto, da chi è l’allenatore, da come mi alleno. Tutti questi “dipende” che a noi vanno bene, non possono essere tollerati da chi esegue gli studi. Non credo che voi, leggendo della letteratura scientifica, sareste disposti a tollerare una risposta in termini di “dipende”, no?
Ma noi sottointendiamo con “dipende” tutta quella variabilità data dall’individualità di ogni persona. In ambito scientifico questa individualità va sezionata, confinata, in modo da trarre indicazioni generali. La complessità del corpo umano, impedisce quasi sempre di ottenere risultati certi.
E’ così. Ciò in ambito scientifico è ben noto ed accettato. Per chi è fuori da questo ambito, tutto questo risulta irritante dato che si rivolge alla “Scienza” per avere delle certezze. La Scienza avanza attraverso una serie di piccoli passettini, mettendosi in discussione continuamente, ad una velocità che a noi non piace.
Uno studio interessante
Proprio perchè io non mi fido di me stesso, ho fatto una piccola ricerchina per trovare qualcosa che confutasse o confermasse la mia posizione: esiste un intervallo ottimale ampio per il volume di lavoro per seduta, che è da considerarsi ottimo, e non è possibile determinare un modo di allenamento univoco.
Mi sono imbattuto in una serie di studi, che commenterò. Vi prego, come sempre, di recuperare gli originali e leggerveli per non avere un resoconto filtrato.
Il primo, interessante, è “The influence of Frequency, Intensity, Volume and Mode of Strength Training on whole muscle cross-sectional area in humans”, Sport Med 2007. Credo che non possa non interessarci uno studio che si intitola “L’influenza di frequenza, intensità, volume e modalità dell’allenamento per la forza sulla sezione trasversale muscolare negli umani”.
Questo pezzo è una review, cioè un “punto della situazione”, un compendio di ricerche che mette insieme più studi.
Sono stati comparati tutti gli studi inerenti il tema dal 1970 al 2006, in quella che si chiama meta-analisi, cioè uno studio comparativo che cerca equiparare i risultati di altri studi per trarre delle conclusioni. Uso termini un po’ complicati perchè sono quelli che poi trovate nei vari articoli di bodybuilding da parte dei vari guru.
Le meta-analisi di solito portano ad un livellamento dei risultati, nel senso che pezzi molto promettenti ma smentiti da studi successivi si “sommano” dando come risultato che la nuova ed esaltante teoria non risulta valida.
In più, sono difficili da impostare. Tanto per dire, anni fa era molto di moda una bella meta-analisi che mostrava che 3 serie per esercizio sono meglio di 1 serie (non l’ho a portata di mano, scusate), ma poi uno studio successivo dimostrò che la meta-analisi stessa era stata eseguita con metodi formalmente non accettabili e perciò non era valida. Perciò… non sappiamo se 1 serie è peggio di 3, almeno a livello scientifico.
Non illustro la parte relativa alle eccentriche e alle concentriche a cui dedicherò un pezzo a parte. Ecco il mio commento al pezzo e ai risultati riportati.
Cosa si studia in “ambito scientifico”
Sarebbe bello uno studio che usa lo squat o lo stacco per trarre conclusioni, dato che noi facciamo squat e stacco. Ma i muscoli in gioco sono tantissimi, le esecuzioni estremamente variabili. Cosa si andrebbe a misurare? Perciò in ambito scientifico per avere dati misurabili in tutti gli studi si effettuano prove su singoli muscoli.
Tipicamente, in tutti gli studi l’attenzione è posta sul quadricipite per la parte inferiore del corpo e sul bicipite per la parte superiore. Per quantificare l’ipertrofia viene misurata la sezione trasversale del muscolo, solitamente nella parte centrale.
Per “simulare” un allenamento è necessario utilizzare qualcosa di quantificabile e replicabile. Anche qui, sarebbe bello confrontare un bel protocollo Sheiko o una routine HST con un allenamento BII, ma… troppa variabilità. I quadricipiti vengono allenati con la leg extension, i bicipiti con il curl ad una macchina equivalente ad una leg.
Così facendo è possibile per chi studia queste cose far eseguire a persone diverse sempre la stessa routine: queste macchine sono una variazione delle macchine a camme ed è possibile regolare carico, velocità, angolo di escursione in maniera replicabile per ogni partecipante agli esperimenti.
Più raramente troviamo l’esecuzione della panca o dello squat. Credo che l’uso delle macchine diventi una consuetudine come uno standard di fatto: un team di ricercatori esegue uno studio con la leg extension, altri team lo ampliano o lo criticano, ma sono costretti a utilizzare nuovamente la leg extension. Che diventa lo strumento principe di tutti gli studi.
Perciò, gli studi sono confinati a quadricipiti, bicipiti, con leg extesion vari che permettono di dire: “ho fatto fare a tizio 4×10 di leg a questa velocità in gradi al secondo, ho ottenuto questo”
Se voi prendete questi risultati e li applicate ai cavi, alle croci, alle trazioni, magari vi va bene, magari no. Nessuno vi ha detto che quello che state facendo sia “scientifico”. Be careful.
Il campione di riferimento, il protocollo, la durata degli esperimenti.
Questo è un punto di attenzione importante. Quanta attinenza avete voi con il campione di riferimento? Solitamente si prendono soggetti non allenati. O, se sono allenati, non lo sono nel senso in cui intendiamo noi, né è mai descritto cosa significa “essere allenati”.
In altre parole, non troverete mai cose del tipo “abbiamo preso 10 grossi con 120 di panca con fermo al petto” o “sono stati selezionati 20 lanciatori di martello con minimo 60 metri”. Studenti, giocatori di pallacanestro, sedentari… gente che conosce i pesi meglio di me oppure che pensa che “manubrio” sia quello della bicicletta.
Del resto, non è che in tutti i college ci sono i vostri amici, i Guerrieri della Palestra. Sarebbe bello sperimentare su gente forte, sui primo 20 al mondo nel Powerlifting ma ognuno si adatta a quello che ha, con i soldi che ha: li pagate voi i 20 al mondo per venire dalle loro case sparse sul pianeta alla vostra università per 12 settimane a fare la leg-extension cronometrata…
Oppure, candidatevi per il prossimo esperimento con gli elettrodi inchiodati nelle cosce e i risultati saranno più interessanti.
A questa gente vengono fatte fare cose del tipo 4×6x6RM con 4′ di recupero, oppure una serie con una gamba, una con un’altra, a varia frequenza settimanale. Certi studi prevedono una serie sola due volte a settimana, altri 4 serie 3 volte a settimana. Tutto questo ha poco a che vedere con quello che facciamo noi in palestra per il semplice motivo che ogni studio deve isolare precisamente un set di parametri, per determinare le correlazioni fra ciò che somministriamo alle cavie e ciò che otteniamo. Dopo ogni esperimento semi per tutti i partecipanti (che se li mettono nelle tasche ai lati delle guance), e 10 giri sulla ruota dei criceti per tutti.
Ancora, questi studi hanno tutti una durata relativamente breve. 1 settimana, 2, 3, 4… massimo 12 settimane. Spezziamo una lancia in favore dei nostri scienziati. Chiaro che uno studio di 2 settimane non sia poi molto significativo, ma… i fondi per l’esperimento permettono di portare avanti il monitoraggio per un periodo più lungo? E poi, siamo sicuri che uno studio su 1 anno sarebbe migliore, dato che è impossibile che i soggetti dello studio non mescolino altre attività alla singola serie di leg extension che ogni settimana andrebbero a fare? Come vedete, è difficile poter far durare un esperimento più a lungo di un certo periodo.
Tutto questo porta a dire che ogni risultato di cui vi parlano entusiasticamente debba essere attentamente vagliato: ne parlerò meglio in seguito, ma mi sembra evidente che due settimane di qualche cosa applicata a soggetti sedentari porti ad incredibili miglioramenti. C’è da chiedersi: e dopo 4 settimane su di me?
Frequenza di allenamento
Tutti gli studi dal 1970 al 2006 si sono concentrati essenzialmente su frequenze di 1-3 volte a settimana, in media. Non su 1-20… non è una finezza, ma un punto sostanziale. Se venisse che la frequenza ottimale fosse 3, non è che questa lo sarebbe in assoluto, ma su un intervallo di 1-3, magari ampliando il campione verrebbe fuori che 5 sarebbe il numero magico.
Anche qui, gli studi seguono la consuetudine, che prevede di allenarsi 1-3 volte a settimana.
Quello che si nota è che una frequenza maggiore di 1 volta a settimana porta ad incrementi superiori rispetto a 1 volta a settimana (beninteso, nella sezione dei bicipiti e dei quadricipiti, ora non lo dirò più).
Gli autori si chiedono perchè, allora, ci sono protocolli nel bodybuilding che portano ad ipertrofia allenando un gruppo 1 volta a settimana. Loro se lo chiedono in ambito scientifico, io posso dire che, sebbene allenino un gruppo a settimana, le sovrapposizioni muscolari degli esercizi fanno si che ogni gruppo sia allenato più volte, a meno che non pensiate che squat e stacco allenino muscoli differenti.
Perciò la “Scienza” afferma che 2-3 volte a settimana per gruppo sia la frequenza ideale.
Intensità
Si intende con questa parola quanto carico viene messo sul bilanciere (o, in questo caso, dove posizioniamo il selettore sulle macchine da allenamento).
La letteratura fornisce informazioni tali per cui di sicuro esiste una soglia minima per l’ipertrofia, ma quantificare questa soglia risulta difficile. Analogamente, gli studi fanno vedere che non è necessario un carico del 100% del massimale per ottenere una risposta ipertrofica, perciò l’intervallo di applicabilità risulta pari al 70%-85% dell’1RM.
Per l’ipertrofia utilizzare perciò un carico del 70-85%, e comunque dal 60% in su va bene.
Volume
Qui i risultati sono ancora più incerti, a causa dei diversi tipi di protocollo dei vari studi, delle diverse macchine utilizzate, dei diversi recuperi, delle diverse percentuali di carico. Chiaro che se uso un 4×6@6RM o un 3×10@10RM o un 2×8@8RM otterrò risultati differenti.
Segue che gli autori stabiliscono un approccio conservativo in 30-60 ripetizioni a seduta per ottenere un risultato ipertrofico, e lo chiamano “volume moderato”. Mi sembra ovvio che posso ottenere 30-60 ripetizioni in vario modo, con innumerevoli schemi di allenamento.
Recupero fra le serie
Gli autori di questa review fanno notare che in tutti gli studi al recupero venga dedicato un ruolo marginale, spesso nemmeno indicandolo o sottointendendo “recupero completo”. Questo rende molto problematica la quantificazione di questo parametro e gli autori si mantengono su delle indicazioni di massima del tipo “molto recupero per i lavori neurali, poco recupero per quelli metabolici”.
Su questo aspetto torneremo a breve
Interazione fra frequenza, intensità, volume
E’ interessante notare che gli autori l’integrale tempo-tensione come un parametro importante, cioè quello che dico io ah ah ah. Ragazzi, sono intelligente, lo so… piano con le pacche sulle spalle… piano… PIANO! Quella non era una pacca, ma un pugno!
Sedentari ed allenati
Anche in questo caso, gli autori puntualizzano il fatto che scarseggiano risultati su soggetti ben allenati e che non ci sono elementi per estendere i vari risultati a questo tipo di soggetti se non con delle supposizioni o delle speculazioni.
Se voi fate palestra da più di 1 anno con costanza e un minimo di risultati accettabili, sicuramente ricadete nella definizione di “soggetto ben allenato”. Per questo dovete sempre porre molta attenzione quando leggete di incrementi considerevoli di qualcosa (forza, sezione trasversa, potenza) in archi di tempo di due settimane. Lo stesso incremento per voi può essere pari a zero, perchè voi siete ben allenati e un soggetto sedentario è zero-allenato. E passare da zero-allenato a uno-allenato è un incremento comunque incredibile.
Conclusioni, parziali…
Bene. Ragazzi, questo è quanto abbiamo. Se confrontiamo tutti gli studi che entusiasticamente vengono sparati sul web, questo è quanto: 2-3 volte a settimana, 6%-85% di carico, recuperi come sappiamo, 30-60 ripetizioni.
Cioè, un intervallo di variabilità immenso. Però, allo stesso tempo, non sono presenti eccessi. Non troverete cioè nessuno studio che afferma che 6 volte a settimana sia meglio di 3 o che le serie da 10 sono meglio di quelle da 6, che il buffer sia meglio della monoserie.
Questo è importante. Gli studi condotti fino ad ora mostrano che c’è un intervallo di metodiche, ma non assegnano a nessun metodo un posto privilegiato. Nella review è scritto che tutti i metodi funzionano se gli stimoli allenanti sono applicati correttamente. Poi, in questa frase è racchiusa l’arte dell’allenamento.
Il risultato è importante anche perchè vi fornisce un’arma critica quando avete dei dubbi: quello che viene affermato come certo in palestra, in realtà è accettato come incerto in ambito scientifico. Le certezze, infatti, sono ricercate da chi non conosce, perchè vede nella “certezza scientifica” una boa nel Mare della Complessità. Chi invece riesce a navigare, accetta questa incertezza come una sfida e la considera parte del percorso da affrontare. Anzi, la sfida è proprio domare le tempeste di questo mare, per arrivare a destinazione. In ambito scientifico è così.
Ancora sul recupero
Quando si parla di recupero ho sempre quella sensazione come se qualcosa fosse fuori posto, senza però capire cosa.
Ho trovato una tesi interessante che ha confermato questa mia sensazione. Il titolo è “The kinematic, kinetic and blood lactate profiles of continuous and intra-set rest loading schemes”, invitante quanto un documentario sulla crescita delle stalattiti in tempo reale, tanto che lo stavo per cestinare.
Però, dovete sapere che tutte le tesi hanno una parte iniziale discorsiva e una parte finale sperimentale. La parte discorsiva serve per fare volume di pagine, con un sacco di cose ripetute 50 volte e che non fregano niente a nessuno all’interno dell’ambiente accademico (lo so, anche io ho fatto una tesi). Però questa parte è utile a tutti i tapini come me perchè si possono trovare cose interessanti.
In questa tesi si trova un punto della situazione sulle prescrizioni del recupero fra i set. Perchè si consiglia un recupero “lungo” per le serie neurali e uno “corto” per le serie metaboliche?
L’autore della tesi evidenzia che sulle indicazioni di recupero che vengono normalmente utilizzate c’è molta confusione e poca base scientificamente provata.
Anche il buon Zatsiorsky che tutti noi citiamo sempre assegna dei tempi ma poi non li giustifica. Ho trovato infatti indicazioni del genere in Scienze and Practice of Strength Training (libro fantastico), dove lui dice che anche se non riporta gli studi, questi ci sono. Ovvio, mi sono fidato. Però alla fine questi studi non ci sono, magari in qualche archivio del KGB oltrecortina sono custoditi questi studi insieme ai codici di lancio degli ICBM.
In altri casi ci sono studi che citano i recuperi presenti in altri studi, ma leggendo gli studi concatenati si scopre che i recuperi sono quelli normalmente utilizzati nella prassi da palestra.
In altre parole, la regola di 60”-90” per le serie per l’ipertrofia e 180”-240” per la forza è così formulata… perchè alla fine funziona, ma non sappiamo “scientificamente” perchè.
Ok, ovvio che mica brancoliamo nel buio… il recupero neurale necessita di più tempo perchè lo stress indotto dal carico è maggiore, mentre quello metabolico a carico inferiore necessita dell’eliminazione dei prodotti di scarto che impiega meno tempo.
Questa è la teoria, e la teoria regge. Anche perchè, a fare il contrario funziona di meno. Ma il motivo preciso non è noto, perchè se fosse noto potremmo isolare i singoli contributi al recupero e determinare un recupero ottimale. Ancora, ribadisco che “non noto” è valido in ambito scientifico dove non si riesce a determinare con esattezza una relazione che lega il recupero ad altri parametri dell’allenamento.
Ma noi cosa possiamo fare?
Non deve pertanto meravigliarci che la Scienza non trovi risposte univoche e che siano più le ipotesi da dimostrare che quelle dimostrate. Il corpo umano è complesso, le reazioni in gioco centinaia, la variabilità dei costituenti queste reazioni enormi quanto le individualità.
La Scienza ci permette di confinare i valori ottimali per l’allenamento all’interno di un intervallo. Per quanto ampio, questo intervallo è limitato: è necessario un po’ di volume, un po’ di intensità, un po’ di recupero. Nessun eccesso delle variabili in gioco paga, questo è assodato sulla base dei risultati che abbiamo.
Il disegno sopra riportato ha la pretesa di rappresentare con la macchia gialla l’intervallo di variabilità dei parametri dell’allenamento. Non è che tutto funziona, ma solo quello che si trova all’interno e, per quanto sia ampio questo intervallo, non è così semplice capirci qualcosa.
Ad esempio, gli amici A, B, C si allenano in modi inizialmente simili, poi però scelgono strade diverse. A ottiene, B no. Perchè si è spostato, senza saperlo, al di fuori dell’ottimale